Il trader come investitore, perché tutte le strade portano ai mercati

Il trader come investitore, perché tutte le strade portano ai mercati #Trading

Nella visione comune, il trader apparterrebbe a una categoria di persone con un altissimo profilo di rischio, simile a quello degli scommettitori o dei giocatori d’azzardo. Per questo motivo raramente alla definizione di trader si associa quella di investitore. La realtà tuttavia è molto diversa.

Un primo eclatante indizio emerge dall’analisi del successo e della diffusione delle banche multicanali in Italia, che nel settore del trading online sono la tipologia di broker online dominante rispetto alle altre (SIM, società estere): ciò dipende essenzialmente dal fatto che la multicanalità consente agli investitori di essere anche trader e viceversa, ovvero di accedere alla negoziazione telematica di strumenti finanziari senza rinunciare a tutti gli altri prodotti e servizi finanziari e di credito, senza contare la garanzia sulle somme depositate fino a 100.000 euro.

Non solo trading

Un altro indizio, inoltre, lo danno alcune ricerche di settore. La più recente è “E-Finance”, studio realizzato da Anna Ponziani per l’ITForum 2017, che analizza le risposte di 678 trader visitatori dell’evento riminese basate su questionari complessi.

In questo caso, alla domanda “Come investi il tuo patrimonio?”, nessuno ha risposto “Metto il 100% dei miei soldi nel trading”, anzi: un quarto in strumenti finanziari a breve termine, un altro quarto in strumenti a medio/lungo termine, un terzo quarto li lascia liquidi o investiti in conti di deposito, pronti contro termine, libretti postali o altro, circa il 20% in fondi di investimento, ETF, certificati, prodotti assicurativi e altro e infine circa il 5% li dà in gestione. Percentuali che confermano il 57% di investimenti in prodotti di risparmio gestito dichiarato in una ricerca di Borsa Italiana sui trader del nostro Paese.

Inoltre circa il 15% degli intervistati in E-Finance ha affermato che apre posizioni di mercato sulla base di segnali offerti da consulenti o promotori finanziari. E ancora, il 2% afferma di non utilizzare “dispositivi” per investire in borsa, cioè si rivolge alla propria filiale, mentre il 26% vorrebbe che il proprio broker offrisse “strumenti per la gestione della liquidità”, mentre l’8% richiede conti deposito vincolati. Infine, per incrementare la propria operatività, il 21% vorrebbe “poter contare su indicazioni e consigli di persone esperte sempre raggiungibili telefonicamente e/o online”.

Cosa ci dice tutto questo? Che il trading online non è altro che una modalità particolare per investire, pur avendo regole, strumenti, costi e rischi specifici.

Come gestire la liquidità

Tutto questo non è che la punta di un iceberg, ma è chiaro che il trader è anche un investitore, ovvero investe il capitale attraverso canali differenti e in attività diversificate, e del capitale rimasto liquido utilizza usualmente solo una parte. Ma quanta parte?

I trader esperti, alcuni dei quali vivono di trading ormai da anni, consigliano di non utilizzare più del 10% della liquidità e di accantonare con continuità almeno una parte dei guadagni, per compensare eventuali perdite improvvise ma anche per non veder dileguare l’intero patrimonio in caso di rovesci. Una buona pratica che corrisponde a una delle principali regole dell’investimento finanziario: diversificare per ridurre il rischio.

Investimenti a breve, medio e lungo termine

Sempre secondo la visione comune il trader, oltre ad essere una specie di scommettitore, per le proprie operazioni avrebbe un orizzonte temporale brevissimo, e aprirebbe e chiuderebbe continuamente operazioni per sfruttare ogni minimo movimento del mercato. Uno stereotipo che si riferisce a un numero estremamente esiguo di trader, detti per questo tipo di approccio heavy trader o, per attività intensissime, scalper.

La maggioranza dei trader, tuttavia, ha un approccio basato su orizzonti temporali molto meno intensi, sia per questione di tempo disponibile durante il giorno, sia per obiettivi che non sono sempre quelli legati alla speculazione.

Secondo una ricerca di Borsa Italiana, infatti, i trader hanno quattro esigenze principali: preservare la liquidità, programmare accumulo di capitale per utilizzi futuri famigliari, fare crescere il capitale senza obiettivi specifici e negoziare strumenti per ottenere il massimo rendimento possibile. Ma di queste quattro, le ultime due, più legate all’immagine generica che si ha del trading, rappresenterebbero insieme soltanto il 40% del capitale utilizzato.

Sotto forma di grafico, quindi, la frequenza di ordini al mercato è una piramide: bassa per la maggioranza dei trader, media per un numero di trader più ridotto, alta per pochi.

Da ciò emergono due indicazioni: non ci si deve sentire trader poco capaci se non si fanno tanti eseguiti, perché questo è il modo più diffuso di operare; inoltre questa piramide a “tre strati” ci dice che fasce diverse di trader hanno obiettivi temporali diversi, perché fare pochi eseguiti, uno al mese o al trimestre, significa investire senza l’ansia di controllare il monitor minuto per minuto e quindi avere un orizzonte di medio-lungo periodo. Che è giusto se correlato al proprio profilo di rischio, è sbagliato se non lo è.

Trovare il canale giusto

Il fatto che il trading sia quindi una delle varie modalità per investire, uno dei canali di accesso agli investimenti, vuol dire non solo che ve ne sono altri (che come abbiamo visto i trader-investitori utilizzano abitualmente), ma anche che vi sono strumenti e servizi adatti ad ogni esigenza e profilo: canali non digitali efficienti e adatti a chi vuole gestire comunque in autonomia il proprio patrimonio, e prodotti d’investimento sottoscrivibili online ma non adatti al trading propriamente inteso, come i fondi di investimento.

La barriera tra trading e investimento, quindi, è ormai caduta: i trader possono guardare (tornare?) ai canali tradizionali con tranquillità sapendo che possono continuare ad essere padroni del proprio destino finanziario, mentre gli investitori tradizionali possono avvicinarsi ai canali digitali e mobili sapendo che possono utilizzarli come complemento e supporto alle decisioni o come strumenti di monitoraggio delle decisioni prese da chi hanno delegato a gestire i propri soldi.

di Andrea Fiorini

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biancl • 12/01/2016

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